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Giardini cosmici. Aldo Grassi / Maurizio Donzelli, Palazzo Ducale, Mantova

“Come in and find out” by Peter Assmann

Come in and find out

Ogni opera d’arte visiva è un invito ad accostarsi all’opera, almeno attraverso l’attenzione dello spettatore si presenta quasi come una porta semi-aperta, per attuare un collegamento con l’energia della curiosità. Leon Battista Alberti ha descritto la pittura come una finestra spalancata su un altro mondo; ancora, l’arte del Novecento ha sviluppato un’ampia indagine sull’altro mondo, specialmente quello che alberga all’interno dell’uomo. 

Maurizio Donzelli con le sue opere e installazioni si concentra sul tema della spazialità stessa, un discorso che riapre le questioni del moderno e che impronta le domande artistiche attuali, cioè valide per il secolo in corso che è iniziato in maniera così forte con una rivoluzione digitale, determinando la creazione di nuovi spazi  d’informazione ma anche di formazione di una nuova idea di spazialità.

L’artista Donzelli lavora su queste domande senza fare ricorso a hardware digitale per mettere insieme i suoi concetti d’arte, eppure entra nella visione di questo microcosmo del computer che mostra un campo spaziale come il risultato di una somma degli strati di superfici che unitariamente vanno a comporre il 3D.

Per le sue composizioni pensate per essere collocate in uno spazio esistente concepisce, per esempio, questi strati come il risultato di una sentenza di varie sovrapposizioni di elementi di tessili – che portano in sé citazioni di altri luoghi, di  altre strutture –  creando in un medesimo momento irritazione e attrazione, ma anche disorientamento. Donzelli desidera che lo spettatore entri in relazione con questi manufatti di rara bellezza, vuole che suggeriscano il presentimento di un percorso, perché quel muro impenetrabile che sembra offrirsi al riguardante diventi un velario che attende di essere svelato.  

La spazialità indicata dagli arazzi è una sola, è senza limite; ogni frontiera si presenta come un’attenzione ad un nuovo possibile andare avanti, ogni taglio è congiunto all’idea di un piano che con la sua struttura procede all’infinito e permea tutte le direzioni. Questo principio vale anche quando l’artista allestisce i manufatti tessili in un luogo, nel quale – al loro assemblaggio – sostituisce una dislocazione nella profondità spaziale del sito selezionato. Al tutto campito dei fili tessili che “ricamano” particolari e elementi  estrapolati da opere di antichi maestri, rispondono le immagini come ritagliate dall’inquadratura generale del sito prescelto, che vanno a formare nell’alternanza pieno-vuoto un unico discorso.

A questa sensazione si collega la profondità di un pozzo con una superficie che richiama l’idea dell’acqua ivi contenuta ed anche la poesia dello specchio nel quale sprofonda l’immagine di un soffitto, come nel caso del pozzo collocato nella sala dello Zodiaco, a indicare che l’altrove è sempre in agguato, che nulla è fisso ma piuttosto che tutto è mobile dentro e fuori di noi. Il mondo è mutevole, lo spazio gira, si muove, è energia, per questo spesso box e mirror si raffrontano, dialogano; poi le linee della figurazione si collegano in un insieme per dar vita alla “linea del tutto”, per citare una mostra ed una importante pubblicazione dell’artista. 

Tuttavia, asserire del “tutto” porta in sé sempre il pericolo di parlare del “niente”. Maurizio Donzelli evita questa pericolosa strada artistica ricorrendo a una  particolare attenzione alla forma, all’energia morfologica di tutte le sue elaborate strutture. Egli proferisce discorsi di leggerezza ed anche una certa eleganza delle configurazioni progettate come cosa ovvia, ma non scontata, da far agire in un percorso artistico molto complesso, procedendo con una naturalezza indiscutibile che si apre pian piano senza fatica ad altri discorsi concettuali. 

Nel caso specifico della mostra nel Palazzo Ducale di Mantova questa sua tensione formale si esplicita in una discussione molto critica e sorvegliata inserendo sue installazioni nell’ambiente storico del palazzo. Così facendo trasforma una situazione in sé portatrice di una già evidente e complessa storia artistica tuttora viva al suo interno, in una domanda odierna, in una prova artistica attualizzata e nondimeno anche in un ampliamento dell’argomento della percezione di uno spazio. La finestra di Leon Battista Alberti diventa così un motivo permanente del movimento artistico con non solo il messaggio del “come in” ma anche una sfida del “find out”, cioè dell’esistenza incessante del richiamo o ricorso alla finestra prospettica, che diviene condizione “sine qua non” del processo di riconoscimento intellettivo della creazione figurativa. 

E poi quello che sorprende e ci prende è il movimento, il muoversi davanti all’opera, che così muta, diviene; e in parallelo al cambiarsi della forma lo spettatore è costretto a cambiare punto di vista, a trasformare mentalmente la visione dell’opera e a esigere un nuovo approccio percettivo e intellettivo del lavoro artistico. Così nasce un’ampia libertà di visione e interpretazione del vedere e dell’oggetto che si vede, la libertà di sentirsi in grado di prendere decisioni sul proprio atto di guardare e andare avanti visibilmente, con una vasta ma anche determinata libertà immaginativa.

“Il muro è qualcosa davanti al quale non bisogna fermarsi. Il modo migliore per evitare un muro è comportarsi come se questo non esistesse, avendo ben presente che esiste, ma non facendosi condizionare dalla sua presenza.” (Orhan Pamuk)

Questo “muro” è un concetto di limite, una frontiera, le opere di Maurizio Donzelli vogliono oltrepassare questo limite, non si tratta tanto di aprire un varco quanto di creano anche queste situazioni di confine che si aprono a proposito di un movimento rimuovere i veli, di abbattere ogni sorta di divisione esteriore e soprattutto interiore. Basta fare quel famoso primo passo (difficile) con il quale si comincia ogni viaggio, basta cominciare con una linea…e poi tutto procede e diviene e diventa forma.