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“Maurizio Donzelli. Immaginàle” by Massimo Minini

Maurizio Donzelli. Immaginàle

A volte basta spostare un accento…

Immaginate che il titolo di un racconto o di un comunicato stampa o di una favola sia “immaginàle”.

E che quello di un’altra favola sia “immàginale”.

Il primo afferisce direttamente all’immàgine, potremmo dire: “che suscita immagini” oppure “denso di immagini”.
Certo, una parola sola, neppure tanto usuale, anzi oltremodo inconsueta, messa lì in mezzo alla pagina bianca, fa presupporre che l’estensore (come qui lo scrittore di questo breve elzeviro) voglia fare sfoggio della propria erudizione e anche della propria dimestichezza con le difficoltà della scrittura (e naturalmente della lettura).
Sì, perché uno non ti sbatte in faccia una parola come questa, più o meno come le parole delle eccezioni in latino o gli apax legòmenoi del greco, parole pochissimo usate (o addirittura usate una sola volta in tutta la storia della letteratura).

Alle medie, quando studiavamo il latino, passavamo ore ed ore su questioni che non avremmo più ri-incontrato nella nostra carriera di svogliati studenti.
Un po’ come accadeva con il francese o l’inglese di cui ci venivano sottolineate tutte le varianti possibili di verbi che facevano eccezione e che mai più ci sarebbe capitato –fortunatamente- di utilizzare.

E poi al pub naturalmente davanti ad un bitter non sapevamo che dire e come dirlo.

Immàginale invece, con quel suo imperativo senza scampo ci obbliga o ci consiglia caldamente a far funzionare la nostra fantasia creativa e, chiusi gli occhi, a pensare ad una realtà diversa, immaginata. (“Imma” nella cultura sufi significa vedere col cuore).
Immaginazione è nascita continua quindi ri-nascita di immagini.

Un po’ come Ian Wilson spiega il proprio lavoro: aperto e non chiuso ad esperienze sensoriali, che permettono di raggiungere l’illuminazione durante una passeggiata in un bosco, nei campi o in un museo davanti a un dipinto.
Oppure come la radice del lavoro di Robert Barry che ha selezionato un numero molto ristretto di parole che aprono e non chiudono, indicando orizzonti lontani e onnicomprensivi e non lo hic et nunc dell’implacabile evidenza dell’oggetto.

Questa dotta dissertazione riguarda il titolo ma non il contenuto della mostra e delle opere che sono degli pseudo dipinti ottenuti raffreddando gli originali ad olio con l’intervento tecnico della fotografia.
L’autore dipinge grandi superfici con l’oro, con il nero e relativi passaggi di grigio; l’effetto è quello di una decorazione dove la traccia del pennello è un segno a curve continue che tende ad occupare tutta la campitura della tela. L’oro e il nero sono in un certo modo antitetici, luce per uno e buio per l’altro.

Dall’oggi al domani, dalla vita alla morte, dall’alfa all’omega, dallo yin allo yang senza soluzione di continuità.

Massimo Minini, 1 gennaio 2022


All we need to do sometimes is shift the stress…

Imagine that the title of a story, of a press release, of a fairy tale is “immaginàle” (imaginal in English), with the stress on the third syllable.
Imagine now that another narrative is entitled “immàginale” (imagine them in English), with the stress shifting to the second syllable.

The former, immaginàle, relates directly to an image, it could be defined as: “evoking images” or “laden with images”. Surely, a single word, not exactly a common one at that, indeed truly unusual, placed right in the middle of a blank page, suggests that the author (just like the writer of this arts feature) may want to show off their erudition as well as their familiarity with the difficulties of writing (and, of course, of reading).
Actually, it is not on to throw a word like this in your face, more or less like Latin exceptions or the Greek hapax legomena, words very rarely used (or used just once in the whole history of literature).

In secondary school, we used to spend hours on end studying Latin questions that we would never come across again in our listless students’ careers.
A bit like what happened with French or English, with all the potential exceptions of their verb systems that -luckily- we would never use again.

Then, when ordering a drink in the pub, of course we wouldn’t know what to say or how to say it.

In contrast, the imperative of the latter, immàginale, affords no way out, forcing or strongly encouraging us to set our creative imagination in motion, to close our eyes and think of an alternative, imagined reality. (“Imma” in the Sufi culture means seeing through the heart).
Imagination means continuous birth, therefore the rebirth of images.

A bit like Ian Wilson explaining his work: open and not closed to sensory experiences, which allow you to attain enlightenment while walking in the forest, through the fields or in a museum in front of a painting. Or else the root of Robert Barry’s work, a very limited selection of words that open and do not close, pointing to distant and all-encompassing horizons and not to the palpable reality, the relentless evidence of an object.

This learned dissertation concerns the title and not the content of the exhibition or of the works, pseudo-paintings created by cooling the original oil paintings through the technical intermediation of photography.
The artist paints large surfaces with gold, black and various gradations of gray; the effect is a decoration where the brushstroke traces continuous curves that tend to occupy the entire background of the canvas. Gold and black are somewhat antithetical, gold is light, black is darkness.

From one day to the next, from life to death, from alpha to omega, from yin to yang, endlessly.

Massimo Minini, 1 January 2022