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“L’esperienza visionaria dell’artista nei “frammenti” di Maurizio Donzelli” by Serena Simoni

Il caso esiste. Ma se così non fosse e potessimo mettere in collegamento avvenimenti, persone e situazioni direi che la conferenza di Silvia Ronchey al Teatro Rasi per la presentazione dell’ultimo libro di James Hillman – dedicato a Ravenna e intitolato L’ultima immagine – e a poca distanza di giorni l’inaugurazione di un’opera di Maurizio Donzelli nella sala del mosaico della biblioteca Classense, per il ciclo “Ascoltare bellezza” a cura di Paolo Trioschi, hanno risuonato molto in comune. Per alcuni aspetti anzi si sono nettamente sovrapposti.

Creato appositamente dall’artista (Brescia, 1958), l’arazzo collocato nel salone della Classense è nato site-specific valutando trama, colori e partitura decorativa dell’antico mosaico pavimentale proveniente dagli scavi di Classe, qui trasferito e ricomposto alla fine del XIX secolo.
Fragments, titolo del lavoro esposto e dell’esposizione, non è un unicum nella produzione dell’artista che già da diversi anni realizza arazzi secondo un preciso procedimento che va dalla progettazione all’esecuzione del manufatto su appositi telai in Belgio. Nonostante l’automatizzazione della manifattura, l’ultima fase di lavoro si basa ancora su una stretta collaborazione fra artista e artigiani. Altrettanto complessa la fase iniziale della progettazione della serie degli arazzi che nascono dallo studio di esemplari medievali fino a quelli del primo Rinascimento.

Rapito dai particolari ornamentali, dai patterns e dagli sfondi come spazi da cui emergono le figure, il lavoro di Donzelli si basa su rielaborazioni spontanee di immagini. L’artista chiarisce infatti che il metodo di lavoro non si basa sulla logica o analisi razionale dei motivi simbolici e ornamentali, ma da un processo di ripensamento in cui il disegno è inizio e fine di un processo immaginifico. La difficoltà del lavoro sta nel disegnare senza pensare a nulla, lasciare che le immagini invadano lo schermo interiore prendendo corpo. Si tratta di un’esperienza che parte e termina con la coscienza dell’artista ma che si rimette in gioco mediante l’esperienza personale e individuale dello spettatore che ricrea a sua volta il processo.

Le immagini quindi vengono selezionate in base alla loro risultante di vicinanza/lontananza, al loro essere sconosciute all’artista, addirittura alla loro capacità di trasformarsi in ossessioni visive. Questo procedimento richiama la potenza delle icone che il bizantinista Pavel Florenskij considera «finestre aperte sull’invisibile», una considerazione ripresa poi da Kandinskij che ritiene l’arte un atto di rivelazione. Questi sono alcuni fra gli autori amati dal filosofo e psicoanalista James Hillman che nella sua ultima immagine – scritta prima della morte con l’aiuto della Ronchey – decifra le vere immagini interiori come produzioni della psiche e dell’anima, la cui attività primaria è legata all’immaginazione.

Non a caso Donzelli parla di esperienza visionaria come uno degli atti costitutivi della pratica artistica associandola all’estasi, al sogno, alla fantasia, e afferma come seduzione e bellezza siano elementi connotativi dell’arte. Ma di sogni, estasi, fantasia e bellezza parla Hillman che sottolinea come solo l’immaginazione riesca a restituire senso all’azione del vedere, come l’immagine abbia il potere di creare esperienza e di permettere un’uscita da se stessi: alla lettera una forma di ekstasis. Dispiegare la bellezza: è questa la rivelazione delle vere immagini che permettono la conoscenza della verità.

Il filologo e storico delle religioni Kàroly Kerényi accusava la modernità di aver perso un organo importante, quello del mistero o in generale del simbolo, capace di cogliere la profondità dell’eikon, della vera immagine: molti artisti, e fra questi Donzelli, sembrano costituire oggi l’ultimo fronte alle false immagini, ad un enorme surrogato di senso che dilaga ogni giorno.

(Articolo originale)


The case exists. But if this were not the case and we could connect events, people and situations, I would say that Silvia Ronchey’s lecture at the Rasi Theatre for the presentation of James Hillman’s latest book – dedicated to Ravenna and entitled L’ultima immagine – and a few days later the inauguration of a work by Maurizio Donzelli in the mosaic hall of the Classense library, for the cycle “Listening to Beauty” curated by Paolo Trioschi, resonated very much in common. In some respects they even clearly overlapped.

Specially created by the artist (Brescia, 1958), the tapestry placed in the Classense hall was created site-specific by evaluating the texture, colours and decorative score of the ancient floor mosaic from the Classe excavations, transferred here and reassembled at the end of the 19th century.
Fragments, the title of the work on display and of the exhibition, is not unique in the production of the artist, who for several years has been making tapestries according to a precise procedure that goes from the design to the execution of the artefact on special looms in Belgium. In spite of the automation of the manufacture, the last phase of work is still based on close cooperation between artist and craftsmen. Equally complex is the initial design phase of the tapestry series, which originates from the study of medieval to early Renaissance examples.

Enchanted by ornamental details, patterns and backgrounds as spaces from which figures emerge, Donzelli’s work is based on spontaneous reworkings of images. Indeed, the artist makes it clear that his working method is not based on logic or rational analysis of symbolic and ornamental motifs, but on a process of rethinking in which drawing is the beginning and end of an imaginative process. The difficulty of the work lies in drawing without thinking about anything, letting the images invade the inner screen and take shape. It is an experience that starts and ends with the artist’s consciousness, but is brought back into play through the personal and individual experience of the viewer, who in turn recreates the process.

The images are therefore selected according to their resulting proximity/distance, their being unknown to the artist, even their ability to turn into visual obsessions. This procedure recalls the power of icons, which the Byzantineist Pavel Florensky considered “windows open onto the invisible”, a consideration later taken up by Kandinsky, who considered art an act of revelation. These are some of the authors beloved by the philosopher and psychoanalyst James Hillman, who in his last image – written before his death with the help of Ronchey – deciphers true inner images as productions of the psyche and the soul, whose primary activity is linked to the imagination.

It is no coincidence that Donzelli speaks of visionary experience as one of the constitutive acts of artistic practice, associating it with ecstasy, dreams, fantasy, and affirming how seduction and beauty are connotative elements of art. But of dreams, ecstasy, fantasy and beauty speaks Hillman, who emphasises how only imagination can restore meaning to the action of seeing, how the image has the power to create experience and allow an exit from oneself: literally a form of ekstasis. Unfolding beauty: this is the revelation of the true images that enable knowledge of truth.

The philologist and historian of religions Kàroly Kerényi accused modernity of having lost an important organ, that of the mystery or in general of the symbol, capable of grasping the depth of the eikon, of the true image: many artists, and among them Donzelli, seem today to constitute the last front to false images, to an enormous surrogate of sense that is rampant every day.

(Original article)